Quando si pensa al Marocco ci si immaginano principalmente deserto, abitazioni dal tetto piatto, riad variopinte e mercati affollati. Ebbene il Marocco è questo ma non solo. Infatti durante la settimana che ho trascorso a Marrakech nel marzo scorso, ho scoperto che questa terra è molto di più.

La prima cosa che mi ha colpito, arrivando all’aeroporto di Marrakech, è sicuramente l’immensità degli spazi sormontati però dalle montagne. Infatti alle spalle della città si estende la mitica catena dell’Atlante. Lì i picchi sono così alti da poter permettere anche di sciare durante l’inverno, ci raccontano.
Ovviamente, poi, Marrakech è tutto quello che uno si può immaginare: enorme, piena di gente e di rumore, di motorini che sfrecciano nelle viuzze tortuose del souk, di incantatori di serpenti e, tristemente, di bambini che chiedono l’elemosina. La città è splendida e ricca di scorci magnifici, ma purtroppo non ho avuto modo di visitarla perchè proprio nel giorno programmato per la visita alla città rosa ero costretta a letto a causa di un’intossicazione alimentare. Dovrò tornarci.

Marrakech è stata anche il punto di partenza di tutte le nostre escursioni, prima tra tutte quella nella famosa Ourika valley. Qualche km fuori Marrakech, si addentra nelle montagne. Un fiume la attraversa, qui gli abitanti della città amano passare le giornate estive per sfuggire alla calura della pianura, assieme alle numerose famiglie di scimmie che amano farsi fotografare dai turisti che pranzano sulle rive dei torrenti che affluisco al fiume Ourika. Dal fondovalle, infatti, si procede con le escursioni che portano in scenografiche forre con cascate annesse – un bagno sarebbe stato d’obbligo ma, nonostante quello che ci si potrebbe aspettare, in questo periodo il clima è fresco sulle alture e la temperatura, anche in città, non supera i 23/24°C.

Essaouira è stata un’altra meta del viaggio. La città si affaccia sull’oceano ed è famosa per i suoi colori caratteristici,:il bianco e il blu. A mio avviso la cosa più spettacolare è tutta la serie di fortificazioni che si affacciano sul mare.

Devo ammettere che la città in sé non mi ha emozionato granché, è stato il viaggio per arrivarci che più mi ha appassionato. Lungo la strada infatti ci siamo fermarti a visitare una delle tantissime manifatture dove si lavora l’argan, gestita interamente da donne che si occupano di ogni fase della lavorazione: dall’apertura della noce per estrarre il frutto fino alla spremitura e alla realizzazione dei prodotti cosmetici o culinari.

Questo sempre che le capre non abbiano mangiato tutti frutti della pianta. Non scherzo, le capre sono ghiotte di argan e non è raro trovarle arrampicate sugli alberi a cibarsi del buonissimo frutto.

La parte più emozionante del viaggio, però, è stata la gita nel deserto all’oasi Merzouga. Durante il viaggio ci siamo fermati a Ait-Ben-Haddou, città storica nota per aver ospitato diversi set cinematografici come quello de Il Gladiatore o di Lawrence d’Arabia o addirittura di Game of Thrones.

E’ quando finalmente si arriva al deserto e si sale sui cammelli per la passeggiata verso l’accampamento, che si capisce il vero fascino del luogo. Il deserto è rosso e al tramonto i cammelli proiettano le loro ombre sulla sabbia finissima che entra nelle scarpe. La tenda dove dormiamo è priva di bagno, condividiamo il cibo, balliamo e danziamo attorno al fuoco, beviamo te alla menta seduti sulla sabbia osservando la volta celeste muoversi imperterrita: questo vale tutto il viaggio, tutte le ore di autobus, tutte le ore di sonno perse.

La mattina dopo ci alziamo all’alba per tornare con i cammelli verso il paese dove ci aspetta la colazione, e poi 13 ore filate di autobus per tonare a Marrakech da cui poi riprendiamo l’aereo verso casa, stanchissimi ma di certo felici e ricchi di nuove esperienze da raccontare, di paesaggi mozzafiato immortalati nelle macchine fotografiche e di barattoli di crema d’argan nello zaino.
Bellissimo articolo, il Marocco è un paese estremamente vario, questo ha colpito anche me
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