TITOLO: Notturno indiano
AUTORE: Antonio Tabucchi
N° PAGINE: 109
TRAMA IN 3 PAROLE: Ricerca, mistero, incontri
A CHI LO CONSIGLIO: A chi cerca un romanzo breve ma denso, capace di costruire atmosfere poetiche e oniriche in poche pagine. È la lettura perfetta per chi ama i viaggi interiori tanto quanto quelli fisici e per chi non ha bisogno di finali chiusi e rassicuranti, ma preferisce lasciarsi affascinare da dialoghi magnetici e personaggi sfuggenti.
La prima parola che userei per descrivere questo breve romanzo è rarefatto, a cui aggiungerei subito elegante e colto.
Ogni pagina affascina. I dialoghi sono il vero motore del racconto, mentre le descrizioni funzionano come pennellate impressioniste: servono a dipingere uno sfondo decadente e, a tratti, opprimente.
Inevitabile è un’altra parola incredibilmente calzante. La storia segue infatti il delinearsi di una vicenda che appare, appunto, ineluttabile.
Questa è stata la mia seconda lettura di Notturno indiano, ed è forte la sensazione che questo libro possa regalare sfumature nuove ogni volta che lo si riprende in mano. Certo, restituisce il ritratto di un’India filtrata dallo sguardo occidentale di Tabucchi, ma si tratta pur sempre di uno sguardo raffinato, profondo e onirico.
Il sole non compare quasi mai — se non al tramonto e all’alba — fedele alla natura autenticamente notturna del racconto. I personaggi si alternano rapidi, ciascuno avvolto da un’aura del tutto particolare: sono anime della notte, visionari, figure che nascondono qualcosa, custodi di segreti o narratori di storie sconosciute. Fanno domande quasi inopportune e portano con sé un tratto ora misterioso, ora inquietante.
Il finale, raccontato attraverso una conversazione sospesa su una terrazza, quasi sfugge e ci lascia con una sottile insoddisfazione. Si chiude così, in quell’atmosfera rarefatta e vibrante, intrisa di malinconia e d’inevitabile.
La citazione da portare con sé
«Le fotografie chiudono il visibile in un rettangolo, il visibile senza cornice è sempre un’altra cosa.»
Méfiez-vous des morceaux choisis, ci ricorda Tabucchi: non fidatevi delle selezioni, dei frammenti, dei dettagli isolati dal tutto. Leggere questo romanzo è proprio questo: accettare che il quadro sia sempre più ampio, sfuggente e misterioso della singola cornice che proviamo ad applicargli.
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