I Beati Anni del Castigo di Fleur Jaeggy: un’adolescenza morbosa tra reclusione e perfezione

TITOLO: I beati anni del castigo
AUTRICE: Fleur Jaeggy
N° PAGINE: 103
TRAMA IN 3 PAROLE: collegio, ossessione, perfezione
A CHI LO CONSIGLIO: A chi desidera un libro breve da divorare in poche ore, ma con un’impronta psicologica destinata a rimanere addosso a lungo.

Wow. Non mi aspettavo una lettura così. I beati anni del castigo di Fleur Jaeggy è un miscuglio di azioni, parole, considerazioni. Che libro! Inaspettato, forte, violento. È una di quelle letture che non riesci a posare: ti cattura come in una tela di ragno e, fin dalle prime pagine, ti senti inesorabilmente invischiata.

La penna dell’autrice è un bisturi: costruisce il romanzo su frasi precise, lapidarie, a volte poetiche. Attraverso questo stile affilato, la protagonista racconta dei suoi anni migliori, passati nell’isolamento di un collegio. Leggi di suore, di compagne, di madri assenti e padri quasi, di nuovi orizzonti che si intravedono appena. Ci parla dei suoi innamoramenti e di tutto ciò che prova vivendo da adolescente “reclusa”.

Eppure, inoltrandosi nella lettura, viene il dubbio che ci sia qualcosa di malato, di perverso nella protagonista. E attenzione, non parlo dell’innamorarsi di una compagna, ma del fatto che possiede idee forti, spiazzanti, che disturbano. Ci troviamo di fronte alle storie di un’infanzia “senile”, di un’adolescenza morbida (nell’accezione francese di morbide). Un’adolescenza, in una parola, morbosa.

All’interno dell’istituto si respira un’aria densa: c’è quasi gusto nel dolore e nella noia della reclusione. È un ambiente dove tutto è controllato e dove il confine tra disciplina e ossessione è sottilissimo:

“Nel sopore siam invischiate quasi tutte.”

“L’ordine era come le idee, un possesso, una possessione.”

Anche il modo in cui la protagonista osserva il mondo sfugge ai normali canoni dell’età giovanile, analizzando sé stessa e le altre con una freddezza calcolata:

“Da lassù osservavo i miei domini mentali […] Mi domandavo che cosa può non essere ossessivo.”

“L’innocenza ha in sé forse una certa rudezza, pedanteria, affettazione.”

Il mondo esterno, al di là dei muri del collegio, non è una promessa di libertà, ma un richiamo oppressivo o uno spazio vuoto:

“Fuori dalle finestre il paesaggio chiama, non è un miraggio, è uno zwang, si diceva in collegio, un’imposizione.”

“Fuori, se ci sono la luna e le stelle, è un deserto visionario.”

Durante la lettura attendiamo che gli anni in collegio finiscano per poter finalmente “respirare”, ma scopriamo che anche dopo, nel tempo, il ricordo è onnipresente anche quando sembra scomparire. Il passato continua a gettare la sua ombra sul futuro:

“Gli addii hanno lontane progeniture e i paesaggi li coprono di sterpaglie e polvere.”

Nascosti nel fondo del racconto, ci sono due concetti assoluti: “Suicidio e perfezione”. La morte è onnipresente, aleggia tra le righe dall’inizio alla fine.

Per descrivere l’impatto di questo piccolo gioiello oscuro, non c’è sintesi migliore di quella fatta da Iosif Brodskij: “Durata della lettura: circa quattro ore. Durata del ricordo, come per l’autrice: il resto della vita.”

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